perché ostinarsi a combattere la mafia?

sono ormai maturi i tempi per nuove forme di collaborazione con quest’antica e prestigiosa istituzione italiana

 

Oggi 23 maggio 2017 ricorrono i 25 anni dalla strage di Capaci, dalla morte del magistrato Giovanni Falcone. Commemorazioni, incontri e convegni. Tanti. Assai. E in ogni dove. Lacrime – di coccodrillo? – tante assai e in ogni dove. Pure. Anche ieri, in pieno giorno e nel pieno centro di Palermo, bellissima città, è stato commesso un altro omicidio di mafia. L’ennesimo.

L’Italia è in conclamato stato di recessione: l’imprenditoria arranca, la disoccupazione non accenna a diminuire, il debito pubblico ribolle, le infrastrutture per la mobilità - autostrade, ponti, binari ferroviari - decadono irreversibilmente. La politica implode in un gorgo di entropia senza rimedio, ormai avulso da qualsiasi coordinata spazio-temporale, da qualsiasi aggancio con la concretezza dei problemi e delle necessità delle società contemporanee.

La mafia, viceversa, continua a dare segnali di vitale attivismo, di capacità di espansione e di adattamento alle sfide della modernità. Conquista i sistemi dell’alta finanza, inaugura e fa funzionare notissimi ristoranti nei centri di Roma, di Milano e di altre città italiane, contribuendo alla valorizzazione della pizza e di molti altri pregevoli prodotti “Made in Italy”, apre e mantiene in vita attivissime aziende per il riciclaggio di denaro, pone seri argini di contenimento alla disoccupazione, continuando a reclutare fiancheggiatori, prestanome, agenti riscossori nel campo del racket, killer di precisione e altre simili figure professionali, ugualmente specializzate. Sviluppa avanzati modelli di governance del territorio, facendo accordi con le amministrazioni locali, procurando voti in cambio di benefit di varia natura, creando efficienti reti affaristiche per la realizzazione di opere pubbliche, mentre i politici agonizzano, privi di qualsiasi slancio costruttivo, che non sia quello di appropriarsi indebitamente di denaro pubblico o quello di continuare a occupare posizioni di potere definito legittimo.

In ogni occasione lo Stato continua a dare prova d’inefficienza e d’inettitudine, la mafia, al contrario, di efficienza operativa, di efficacia nel raggiungimento di risultati e di efficienza nell’utilizzo dei mezzi a disposizione.

Sono passati 16 anni dal 2001, da quando Pietro Lunardi, allora Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti nel secondo governo Berlusconi, dichiarò Con mafia e camorra bisogna convivere e i problemi di criminalità ognuno li risolva come vuole”. Questa dichiarazione, all’epoca, suscitò non poco sconcerto.

Ma oggi, a qualche lustro di distanza, possiamo già ritornare a riflettere con nuova consapevolezza, e con più acuta prospettiva strategica, sul mite e compositivo pensiero dell’ex Ministro Lunardi, che, fin d’allora, si dimostrò profetico e lungimirante: sono ormai maturi i tempi per passare dalla passiva e tollerante “convivenza” con la mafia a nuove forme di collaborazione attiva con la stessa.

Perché ostinarsi, infatti, a combattere un fenomeno che continua a riscuotere successi, economici e organizzativi, a tutti i livelli di funzionamento della nostra società civile? Quanto ci costa tutto questo accanimento “legalista” verso un’organizzazione che, tutto sommato, contribuisce in quantità davvero rilevanti al mantenimento del PIL nazionale?

In tempi di crisi, come quelli che stiamo vivendo, ciò che affermava Giovanni Falcone (“La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave, e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”) è un pensiero talmente obsoleto e antieconomico da risultare, oggi, del tutto utopistico, irragionevole e superato dai fatti.

Nuovo impulso all’imprenditoria nazionale, allargamento delle reti logistiche e dei “traffici” internazionali, migliore controllo sulle “piazze” per il commercio locale, soluzioni “radicali” per la sicurezza nelle periferie delle nostre città, ferrea “selezione” della classe dirigente, rinnovato slancio nel settore dell’edilizia, anche abusiva, recupero e valorizzazione delle tradizioni e dei retaggi antropologici maggiormente radicati in Italia, sono soltanto alcuni degli esempi dei vantaggi che potremmo ottenere grazie a nuovi, trasparenti e socialmente riconosciuti, accordi di collaborazione con le mafie nazionali, settorialmente specializzate e territorialmente radicate.

 

Cercasi promotori, concessionari, agenti commerciali. Astenersi titolari di senso evoluto dello Stato di diritto, di codice deontologico nell’esercizio di funzioni pubbliche, di senso avanzato della convivenza civile.

Stampa Stampa | Mappa del sito
© Patrizia Prete