italia, roma - sALENTINI ALLA RICERCA DI PRESUNTE OPPORTUNITÀ.

dal sogno all'incubo in poche settimane nella trasmissione di maria de filippi. 

pier paolo pasolini e i black soul trio

 

 

“L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società. Pier Paolo Pasolini, Vie Nuove n. 36, 6 settembre 1962

 

Abitualmente non seguo la trasmissione televisiva AMICI di Maria De Filippi. Mi sono interessata alle vicende dei BLACK SOUL TRIO, in questa trasmissione, perché ho avuto modo di incontrare, in un paio di occasioni, due componenti di questo gruppo musicale. Quaggiù, nel Salento, dove vivo. E da quaggiù, dal Salento, ho seguito il loro percorso, che, da questa meridionalissima penisola a Nord dell’Africa, li ha portati ancora più a Nord, negli studi di registrazione di questo programma, che in molti conosciamo. Questi tre ragazzi non sono gli unici, né certamente saranno gli ultimi, a cercare, nel Nord dell’Italia e del mondo, qualche possibilità di realizzazione dei loro progetti di vita, di lavoro. Non sono gli unici, né certamente saranno gli ultimi, a tentare qualsiasi cosa pur di inseguire qualche reale - o presunta - opportunità di realizzazione dei loro “sogni”. Laddove quaggiù, nel Salento, tali occasioni non si danno affatto, oppure si danno in misura estremamente più limitata. Siamo una terra marginale e marginalizzata, infatti, gravemente indebolita da altissimi livelli di disoccupazione giovanile, da flussi migratori in uscita sempre più importanti e, per quanto mi riguarda, sempre più preoccupanti. Con buona pace di tutti i promoter delle agenzie di viaggio. Certamente interessati a vendere ovunque l’immagine patinata di questa fragilissima penisola, come se fosse la Giamaica d’Italia. L’autentico paradiso a portata di chiunque, al solo bassissimo prezzo di un volo low cost.

Può capitare tuttavia, e a volte capita davvero, che, strada facendo, i sogni di ragazzi come i tre di BLACK SOUL TRIO (o di altri giovani simili a loro, per ambizioni, aspirazioni, progetti di vita) si trasformino in “incubi” piuttosto evidenti. La vicenda è semplice: i tre arrivano in gruppo a ottenere un “banco” nella cosiddetta “scuola” di AMICI. Ci arrivano, forse, forti della loro amicizia, del loro giovanile entusiasmo. Ci arrivano, forse, con la fiducia di potercela fare. Insieme. A un certo punto accade che uno di loro sia posto davanti alla seguente scelta: provare a continuare da solo, come solista, il percorso previsto dal programma televisivo. Al prezzo di “mollare” gli altri due componenti della formazione, probabilmente giudicati come poco funzionali al seguito previsto, da copione, per il programma. Il malcapitato “prescelto” esita, dubita, cerca di sottrarsi alla decisione. Discute con quelli che, fino a quel momento, erano stati i suoi sodali e motivati compagni di avventura. Litiga con quelli che, fino a quel momento, erano stati i suoi AMICI. Tenta di spiegarsi, chiede sostegno, addirittura, ai due che sta per “mollare”. E che, alla fine, “molla”. Fra lacrime, tremori, applausi, incoraggiamenti e manifestazioni di vicinanza e di complicità espresse da tutti gli “inquadrati” dalle telecamere. Dal pubblico, dagli insegnanti e dai giudicanti della “scuola”. Il malcapitato “prescelto” molla i suoi AMICI, decidendo di continuare da solo quella strada che, al momento, nessuno può davvero sapere dove lo porterà. E lo fa come fosse una scelta inevitabile, tutto sommato, per quanto dolorosa. Come fosse una scelta logica e del tutto naturale. E infatti lo è. Ma solo dentro a un regime (fascista) che pone il sacrificio degli altri (considerati più deboli da quello stesso regime) come condizione per il proprio personale successo. Ma solo dentro a un regime (fascista) che pone e propone e legittima come modello “vincente”, logico e naturale, l’egoistico perseguimento di quello che è presunto (venduto) come massimo vantaggio immediato ottenibile solo per sé stessi. Capisco la motivazione alla riuscita, per sé solo, di un ragazzo salentino dei nostri giorni. E capisco pure le pressioni esercitate sui ragazzi dal sistema di produzione di programmi d’intrattenimento, all’interno e, probabilmente, anche all’esterno di quegli studi di registrazione. Capisco e non intendo giudicare nessuno. Meno che mai il malcapitato “prescelto”. Non posso fare a meno di riflettere, tuttavia. Su un punto, per esempio. Sul fatto che il malcapitato “prescelto” molla i suoi AMICI, come non potesse immaginare per sé altro sogno che quello promesso (o permesso) dallo spazio di “esibizione” possibile dentro il recinto di filo spinato prodotto dalla disumana “visibilità” e dalla fredda “popolarità” inevitabilmente generate dalla TV. O da analoghi mezzi contemporanei di comunicazione alle masse. Forse molti di noi, al posto del malcapitato “prescelto”, avrebbero fatto la stessa cosa: tentare di perseguire il proprio immediato interesse individuale al prezzo del sacrificio di qualsiasi altro valore. Al prezzo del sacrificio di rapporti di amicizia, di solidarietà, di mutuo sostegno, per esempio. Al prezzo del sacrificio di una storia di condivisione con altri di un pezzo di vita, per quanto breve, per quanto giovanile. Al prezzo del sacrificio di quelle risorse così preziose senza le quali, forse, il malcapitato, da solo, non sarebbe mai arrivato fino a lì. Per esempio.

 

Ecco come il tentativo di realizzare un immaginifico “sogno” possa essere rapidamente e ferocemente trasformato nella concretizzazione di un incubo. Solido. Certo, il malcapitato “prescelto” avrebbe potuto decidere altrimenti. Avrebbe potuto considerare che una presunta opportunità per sé solo non è niente, non ha alcun autentico e duraturo valore. Se è colta, oppure è ottenuta, al prezzo del sacrificio di altri. Se è colta, oppure è ottenuta, al prezzo del sacrificio di valori che caratterizzano il meglio di ciò che un essere umano è, il meglio di ciò che dovrebbe essere: altruismo, solidarietà, capacità di tenere fede con onore ai patti stabiliti con altri, simili a sé. Il malcapitato “prescelto” avrebbe potuto sottrarsi al regime (fascista) che gli chiedeva di pagare quel prezzo, come se fosse la cosa più naturale del mondo, uscendo insieme con i suoi AMICI dal programma TV. Sappiamo che, in questo caso, in molti lo avrebbero considerato, forse, uno stupido, oppure un ingrato per aver rifiutato un’opportunità servita su un piatto d’argento, oppure un “non professionista”, un ragazzo qualsiasi non sufficientemente motivato, un ragazzo senza idee sufficientemente chiare, un giovane “idealista” impreparato rispetto alle ferree leggi del mondo dello spettacolo televisivo e delle carriere che in questo mondo si possono costruire. Ma sarebbe uscito più sicuro, più forte per stima di se stesso e per lealtà verso i suoi AMICI. Ne sarebbe uscito in modo certamente speciale, per autonomia e per dignità. Ne avrebbe guadagnato in riconoscimento da parte degli altri. Anche da parte di tutti quei ragazzi che potrebbero guardare a lui come a un modello “vincente”, per esempio. Le cose sono andate diversamente, invece, come in molti sappiamo. Il malcapitato “prescelto” ha deciso secondo le prevedibili aspettative e secondo i prevedibili interessi del regime (fascista) dentro al quale sta cercando di realizzare il suo “sogno”.

Per quello e per quanto mi riguarda, auguro a tutti i protagonisti di questa vicenda il meglio che posso. Naturalmente.

 

Ho già scritto e ripeto che non m’interessa giudicare nello specifico scelte individuali, difficoltà e dubbi personali, perplessità, valutazioni o calcoli commerciali. Prendendo ad esempio questo piccolissimo episodio, che ha riguardato questi ragazzi salentini, episodio per molti aspetti insignificante agli occhi di molte persone, m’interessa, piuttosto, riflettere su quanto scriveva Pier Paolo Pasolini, molti anni fa:

“(…) occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società. (Vie Nuove n. 36, 6 settembre 1962).

Credo che Pasolini avesse profondamente ragione. Non eravamo né siamo abbastanza forti da affrontare il fascismo dovunque si manifesti. Non siamo abbastanza forti neanche da riconoscerlo, aggiungo io. Neanche quando ci si presenta in maniera patinata e allettante, tutti i giorni, negli ordinari programmi d’intrattenimento trasmessi dalla TV. Con buona pace di tutti gli antifascisti, militanti e convinti, di questi ultimi tempi.

 

E, per il resto, provo una pena infinita per questi ragazzi salentini, che, come tantissimi altri, sono sistematicamente “bruciati” dagli infernali meccanismi di questo genere di trasmissioni televisive. Ragazzi macinati dentro ad un percorso ad ostacoli che è molto di più di un aperto e imprevedibile gioco al massacro: è un cronometrato meccanismo a orologeria, ben oliato com’erano le ghigliottine una volta, per la prevedibile, sistematica e brutale eliminazione del più debole, del meno furbo, del peggio attrezzato. Che è stato scelto “apposta”, proprio per essere, a un certo punto del percorso, immolato, sacrificato, espulso. Ragazzi scorticati ancora vivi ed esposti nelle loro debolezze, nelle loro fragilità, nelle loro illusioni o nella fiducia mal riposta nei loro presunti “talenti”. Ragazzi esposti ed esibiti nei loro drammi familiari, nelle loro carenze affettive, emotive, esistenziali. Se ne vedono molti, vivisezionati ed esibiti nelle loro dimensioni più private, più intime, più personali, nelle parti di loro che dovrebbero essere più tutelate, meno esposte, più autenticamente comprese e, semmai, curate. Da altri e in altri luoghi. Certo non dalla TV. Certo non in TV.

 

Provo una pena infinita per questi ragazzi, che sono usati, sfruttati, trattati e bistrattati come fossero carne da mercato. Come fossero pezzi di carne morta, da esporre, vivisezionare, analizzare, giudicare ed esibire davanti a milioni di occhi, bulimici di lacrime e di sangue. Di quelli altrui, tuttavia. Ragazzi che finiscono per diventare come quarti di bue, carne da mercato da fare a pezzi, da esibire e da esporre, in un brutale percorso ad ostacoli che è solo apparentemente imprevedibile. E che è progettato al millimetro, invece, per eliminare, a ogni giro, esattamente chi, fin dal principio, era chiaro non potere avere alcuna chance di riuscita. Esattamente chi, fin dal principio, è stato accolto nel gruppo degli “eletti”, con tanti e molti cori di “evviva”, precisamente per essere, dopo un po’, rapidamente espulso dal novero dei “beneficati”. Esattamente chi deve fare proprio quella parte nel copione, come dal principio si è stabilito: il “sacrificando”. E poi il sacrificato di turno.

Provo una pena infinita per questi ragazzi che a tutto questo volontariamente si prestano, inconsapevoli di ciò che stanno davvero alimentando: una pornografica, spettacolare messa in scena, che con quotidiano, pervicace e costante stillicidio celebra la sadica vittoria del più “forte” (presentato come tale) sul più “debole” (stigmatizzato come tale). Fra una pausa e un’altra, di quelle fondamentalissime per mandare in onda la pubblicità. Volta alla vendita di qualsiasi prodotto, o di un prodotto qualsiasi, fra quelli destinati al consumo di massa.

Sia come sia, da telespettatori ci siamo abituati al peggio del peggio. E ci siamo abituati anche a questo.

 

Partecipare alla trasmissione AMICI di Maria de Filippi, come ad altre trasmissioni di questo genere, non è un’opportunità per tutti, si dice. E meno male, dico io.

 

 

    http://www.wittytv.it/amici/sabato-17-febbraio/  

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© Patrizia Prete