foglie di fico

 

MERCOLEdì 22 febbraio 2017 s’insediano I COMMISSARI AL POSTO

DEGLI AMMINISTRATORI INTERDETTI, CAUSA INFILTRAZIONI MAFIOSE, NEL CONSIGLIO COMUNALE.

i cittadini di parabita Si mettono in fila

 

 

Interdetti gli amministratori comunali in carica, l’ordinaria amministrazione del comune di Parabita, paese dove vivo, dal 22 Febbraio 2017 è affidata a tre commissari (due viceprefetti ed un dirigente), incaricati di amministrare provvisoriamente questa malcapitata città, per un periodo di 18 mesi.

A pochi giorni dall’insediamento di questa commissione straordinaria, la stampa locale, localissima, da notizia di un fenomeno che sembra così curioso da giustificarne l’annuncio, a mezzo stampa, alle popolazioni indigene. Pare oggettivamente osservato che i cittadini di Parabita facciano la fila, e non in senso metaforico, dietro l’uscio dell’ufficio provvisoriamente occupato dai commissari prefettizi, cui è toccata in sorte l’amministrazione in supplenza di questo scalcinato Comune.

 

C’è un nuovo potere legittimamente insediato, in paese. E occorre al più presto accreditarsi, stabilire rapporti, chiarire confini, chiedere ascolto, considerazione, intercessione, grazie o permessi. Così è, alle nostre latitudini. Si fa la fila e ci si accoda. In tanti. E forse è così in molti altri posti d’Italia.

Un insieme complesso d’indagini, inchieste, accertamenti, riscontri, relazioni tecniche, decisioni, delibere e deliberazioni, decreti e ordinanze, hanno portato, secondo le leggi dello Stato Italiano, allo scioglimento del Consiglio Comunale di Parabita per infiltrazioni mafiose e all’insediamento di supplenti che garantiscano il normale funzionamento nell’ente, gravemente compromesso da chi aveva responsabilità amministrative. Malamente esercitate. Questo è ciò che lo Stato può fare, secondo le leggi, per ristabilire criteri di sana amministrazione a livello locale, in casi del genere. Può sciogliere un Consiglio comunale sostituendone i titolari con figure tecniche, può sospendere gli amministratori interdetti per 18 mesi, impedendone la candidatura solo per le prime elezioni, successive allo scioglimento dello stesso Consiglio. E poi chissà. Chissà cosa ne sarà, o cosa potrà esserne, di tutte le presenze e le figure collaterali, contigue, vicine, sponsor o sodali rispetto agli amministratori direttamente interessati dal provvedimento di interdizione. Mi chiedo che cosa ne sarà di tutto il sistema di alleanze, di coalizioni, di accordi, di patti di reciproca fedeltà che hanno permesso a questi amministratori di vincere le elezioni per il governo del paese dove vivo. Mi chiedo che cosa ne sarà di tutti quegli elettori parabitani che hanno scelto, consapevoli come collusi, o inconsapevoli come ebeti in buona fede, di votare per quegli amministratori, ora interdetti dagli incarichi pubblici conquistati.

Voglio dire che mi sembra che questo intervento dello Stato, alle nostre latitudini, assomigli all’opera di una falciatrice, che taglia l’erba infestante che cresce più alta, nel tentativo di normalizzare il prato, invaso da diverse specie di erbacce. Piuttosto selvatiche e indesiderate. Non so se l’intervento della falciatrice, eliminando quanto di più visibile, servirà a bonificare il terreno, più radicalmente, più in profondità. Tagliate, per una stagione, le erbacce più alte, ma certo non sradicate, cosa potrà accadere alle erbacce più basse, ma non meno infestanti, più diffuse, sebbene meno visibili? Ho molti dubbi, in proposito.

 

Ho molti dubbi riguardo al fatto che il terreno su cui possono attecchire, e crescere e moltiplicarsi, male piante come quelle delle accertate collusioni fra poteri politici e poteri criminali, possa essere risanato in 18 mesi di esercizio provvisorio delle funzioni di amministrazione di una città. Quel terreno è fatto di tante sedimentazioni, di sementi infestanti e di stratificazioni, di materiali e di scarti che, sovrapposti gli uni agli altri, intrecciati e impastati, contengono, e conservano e tramandano, di generazione in generazione, secoli e secoli di cultura della sudditanza. Secoli e secoli di abitudine a stabilire con il potere, in qualsiasi forma esso si esprima, rapporti improntati all’asservimento. Quell’atteggiamento più efficace, e considerato necessario, secondo questa stessa cultura, a ottenere l’utile, il vantaggio per sé, senza fare la fatica di sottostare ad alcuna legge. Senza accettare il vincolo di civiltà che ci rende autenticamente liberi. Preferiamo avere a che fare con il potere mettendoci nella condizione dei servi, in definitiva. Come Arlecchino, come Pulcinella. Poiché ciò ci garantisce la possibilità di fare quel che ci pare, di ottenere dal potente di turno quel che vogliamo, senza risponderne mai con responsabilità, in fondo. La responsabilità, infatti, è l’altra faccia della libertà. E non può che essere così. Rifiutando la prima, rinunciamo anche alla seconda, inevitabilmente. Può darsi che ciò ci faccia comodo. Può darsi che questa sia la strada che meglio conosciamo, o che sia l’unica che abbiamo imparato nel corso di secoli e secoli di abitudine ad avere a che fare con potenti di diversa risma, di diverso orientamento o di diverso grado. Che si tratti di poteri legittimi o legittimamente costituiti, che si tratti dello Stato, o di sue legittime e istituzionalizzate articolazioni, che si tratti di poteri criminali, illecitamente creati e sviluppati, che si tratti di poteri laici o religiosi, abbiamo sempre lo stesso atteggiamento da servi, nutriamo sempre lo stesso timore, avvertiamo sempre la medesima paura. E siamo disponibili, allo stesso tempo, ad avere a che fare con tutti i poteri, di qualsiasi genere essi siano, con deferenza, furbizia e blandizia. Abbassando il capo, pur di tenerci libere le mani. Come se davvero non ci sia, non ci sia mai stata, né mai ci possa essere, nessuna legge cui riferirci, nessuna legge che possa tutelarci, come e in quanto cittadini liberi e non come e in quanto individui servili, dipendenti e asserviti.

 

Se così è secondo la legge, se questo è ciò che lo Stato può fare, se questo è ciò che lo Stato è disponibile a fare, per questo Sud e per questa Nazione, devo proprio dire che non mi sembra abbastanza. Non certo per favorire l’emancipazione, più autentica e radicale, da una secolare, perversa e consolidatissima cultura della non cittadinanza, della non libertà, della non responsabilità. Il dubbio è che forse non interessa a nessuno, neanche a questo Stato, permetterci di vivere da cittadini liberi. Forse, e tutto sommato, la condizione del servo fa più comodo a tutti.

Sia ai servi, sia ai padroni di turno.

 

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© Patrizia Prete