la domanda di rocco

 

un lettore del mio blog che vive a milano mi chiede conto del disastro

che riguarda il paese dov’è nato

 

 

Rocco è un immigrato adulto con la pelle bianca bianca. Non è siriano, marocchino, sudanese o nigeriano. È italiano. È originario di Parabita, infatti, un piccolo paese in provincia di Lecce, nel Sud del Salento. E il Salento è una penisola, un’esile striscia di terra fra due mari, lo Jonio e l’Adriatico, che tuttora, e fino a nuova definizione dei confini nazionali, fa ancora parte dell’Italia. Rocco è emigrato da Parabita, il suo paese d’origine, dunque, molti anni fa, verso il Nord dell’italica nazione, alla ricerca, suppongo, di possibilità di esistenza migliori di quelle che poteva trovare, o realizzare, nel luogo in cui è nato. Potremmo definire Rocco un emigrato “d’altri tempi”, non poi così lontani, tempi in cui in Italia i termini “immigrato” o “immigrazione” non facevano paura a nessuno, suscitando nei più, se non piena accettazione, quantomeno sentimenti e reazioni comportamentali di generica e controllata “tolleranza”. Rocco ora vive a Milano e, da questa metropoli, che, fino a qualche decennio fa, era abitualmente definita “capitale morale d’Italia”, definizione che, a dire il vero, oggi non suona più così usuale e socialmente condivisa, segue, anche a distanza, le vicende del suo meridionalissimo paese d’origine. Non conosco personalmente Rocco e nulla in più posso dirvi di lui, se non riportare la sua domanda, che mi ha fatto pensare e che, forse, potrà far riflettere anche voi.

Rocco ha letto nel mio blog ciò che ho scritto a proposito dello scioglimento del Consiglio comunale di Parabita – causa infiltrazioni mafiose e accertate collusioni, connivenze e reciproci “scambi di favori” fra amministratori locali ed esponenti della Sacra Corona Unita, un’organizzazione criminale attiva alle nostre latitudini – e, dunque, a proposito della degenerazione della classe politica che ha governato il suo (che è anche il mio) paese d’origine. Nel merito Rocco mi scrive, testualmente: “Sto conoscendo persone di Parabita dalla vasta cultura e preparazione politica notevole! Quindi mi domando come mai avete dato spazio a questi ‘mestieranti senza arte né parte’”? Ho preso l’impegno di rispondere alla domanda che Rocco mi ha posto. E dunque lo faccio. Qui e ora. Lo faccio perché credo che questa sia una domanda che ci poniamo in molti, così come ha fatto Rocco. A molti di noi, infatti, capita di incontrare, di conoscere o anche solo, più semplicemente, di venire in contatto con persone che giudichiamo preparate, competenti, teoricamente meritevoli di occupare posizioni di responsabilità pubblica in pubbliche istituzioni. Persone che, nonostante il nostro giudizio, tuttavia, non occupano alcuna posizione, in quelle stesse istituzioni per le quali noi possiamo considerarle candidati “ideali”. Per converso, a molti di noi può anche succedere di osservare che molte posizioni di pubblica rilevanza siano occupate da persone che non possiedono le qualità che riteniamo necessarie, appunto, per occupare quelle stesse posizioni. Persone che, per così dire, non meritano, per varie ragioni e secondo il nostro giudizio, di stare comodamente seduti sulla “poltrona” che occupano.

Anche Rocco osserva, come a molti di noi capita in molti altri casi e con riferimento ad altre situazioni, che uno spazio di rilevanza pubblica, costituito dagli organi amministrativi del suo paese d’origine, è “occupato” da soggetti non particolarmente “meritevoli”. E si chiede come mai questo spazio sia stato “lasciato” proprio a costoro, pur in presenza, nello stesso paese, di altri, più meritevoli di occuparlo, secondo il suo punto di vista.

Credo che molte siano le risposte possibili a questa domanda. Propongo, a Rocco e a voi, la mia.

E la mia risposta comincia con altre domande: cosa succede a un campo lasciato incolto? In poco tempo sarà invaso da erbacce infestanti. Gli alberi e le piante che si erano radicati seccheranno, per mancanza delle cure adeguate e del necessario nutrimento. Che cosa succede a una casa lasciata per lungo tempo senza ordinari interventi di manutenzione? In poco tempo decadrà. Che cosa accade a un monumento antico, di straordinaria rilevanza artistica, senza adeguate opere di tutela e conservazione? Diventerà sicuramente un rudere, con il passare degli anni. Ogni costruzione umana, se è abbandonata a se stessa, se non è curata, se non è alimentata in maniera sana, se non è adeguatamente tutelata, decade. Inevitabilmente.

Ecco, questo è anche ciò che è accaduto agli “spazi” politici, di rilevanza pubblica, che conosciamo. E alle istituzioni che abitavano quegli spazi: come piante abbandonate in un campo incolto, sono decadute, si sono degradate, sono degenerate. In molti casi fino all’inverosimile, fino al difficilmente credibile, fino all’oltremisura del tollerabile. Lo spazio politico, lo spazio di assunzione di decisioni di valenza collettiva, si è progressivamente e, credo, irreversibilmente, desertificato. Si è svuotato di presenze, di energie, di grandi ideali, di progetti per il bene di molti, di ambizioni autenticamente trasformative del mondo. Abbiamo tutti sperimentato, non so con quale livello di necessaria consapevolezza, che l’azione politica, svolta nei luoghi della politica (nelle pubbliche istituzioni dello Stato, negli enti di governo delle città, delle province o delle regioni, nei partiti, e in ogni altro organismo politico di rilevanza collettiva) perdeva progressivamente di significato, di valenza e d’impatto sulla vita di ciascuno di noi. Abbiamo sperimentato l’inadeguatezza della funzione politica, in senso generale, sia allo scopo di dare soluzioni ai problemi, magari piccoli e quotidiani, della maggior parte delle persone, sia allo scopo di fornire alle stesse persone più ampie visioni del mondo, più vasti orizzonti di fiducia nel futuro, di speranza, di certezza dei diritti, di giustizia ed equità per le comunità che abitano questo pianeta. Abbiamo sperimentato che più della politica, molto di più, possono l’economia e l’evoluzione tecnologica. Nel bene e nel male. E per ciascuno di noi. E abbiamo anche sperimentato che la politica pochissimo o nulla può sia sulla prima sia sulla seconda, essendo, essa stessa, dipendente da entrambe e per moltissimi aspetti. Abbiamo sperimentato il fallimento delle istituzioni nello spazio politico e, delusi e sfiduciati per questo fallimento, le abbiamo progressivamente “abbandonate”. Disinteressandoci della loro necessaria, per quanto faticosissima, ordinaria e straordinaria “manutenzione”: per disamore, per vendetta, per semplice inedia o per mancanza di idee sulla loro possibile utilità, presente o futura, generale o particolare. O per chissà quali e quanti altri motivi ancora. Abbandonata la cura delle istituzioni finalizzate alla ricerca del bene per molti, in mancanza di più vasti orizzonti “collettivi” cui tendere, la parcellizzazione individualistica a livello quasi sub-atomico, di quelli che crediamo essere i nostri “reali” interessi (che spesso consideriamo, e non sempre a ragione, assolutamente specifici e “diversi” da quelli degli altri) ha fatto il resto. Con conseguenze paradossali, perfino. Chi ha disertato lo spazio e le istituzioni pubbliche e l’azione sociale, in senso più direttamente “politico”, ha preso strade diverse. Qualcuno ha ampliato il numero, di volta in volta sempre crescente, di quelli che non votano in nessuna competizione elettorale, per esempio, collocandosi di buon diritto nella categoria degli “astenuti”. Altri sono confluiti in amebici movimenti, tanto “anti-sistema” a livello dichiarato, quanto desiderosi, nei fatti, di occupare a pieno titolo e massicciamente le posizioni dichiaratamente contestate. In molti si sono dedicati al perseguimento di obiettivi sociali con mezzi privati. Alla desertificazione degli spazi per la ricerca e l’ottenimento del bene, o del meglio, collettivo, corrisponde, oggi, una proliferazione di iniziative “private” o privatissime volte a perseguire buone cause. Se ci pensiamo, non c’è aspetto della nostra vita per il quale una qualche associazione non chieda sostegno, contributi, visibilità, spazi di legittimazione e d’intervento. Che si tratti di gestire fondi per la ricerca scientifica su malattie molto gravi, per le quali non ci sono ancora cure sufficientemente efficaci, che si tratti di proteggere l’ambiente, di curarsi del patrimonio storico della nazione, di prestare soccorso a seguito di gravi calamità naturali, come terremoti o inondazioni, di fornire assistenza a persone affette da qualche forma di disabilità, di ricostruire intere città a seguito di scosse telluriche, di prestare soccorso sanitario alle vittime di guerra in zone di conflitto armato fra più popolazioni, di raccogliere il cibo che buttiamo per distribuirlo a chi non ne ha, di costruire pozzi per chi non ha acqua potabile nei villaggi dell’Africa sub-sahariana, di erigere scuole nei villaggi sperduti delle zone rurali più marginali di tutti i continenti, di difendere le balene e gli orsi polari dal rischio di alquanto probabile estinzione, c’è sempre un’associazione “privata” che si attiva ed interviene per una buona, anzi per un’ottima causa. Sono migliaia le associazioni create e mantenute in vita per perorare degnissime cause, per raccogliere fondi per ottimi e umanitarissimi scopi, per promuovere la difesa di qualsiasi bene. A volte in aggiunta, ma, più spesso, in supplenza o in sostituzione di ciò che dovrebbe promuovere, sostenere, procurare o assicurare lo Stato. Simili a moltissimi e avanzatissimi software che competono fra loro per tentare di “girare”, non sempre con successo, su un hardware più che obsoleto. Desertificato lo spazio dell’azione politica per il perseguimento di scopi di valenza generale, da un lato e, dall’altro, più che popolato lo spazio dell’azione costruttiva o della “protesta” sociale, frammentato e disarticolato in mille rivoli fatti d’interessi o di scopi “particolari”, la funzione politica con più vasti orizzonti è rimasta uno spazio abbandonato e marginale. Una periferia delle società contemporanee. Una come tante, una delle tante. Condizione ideale per chiunque voglia o possa “occuparlo”, lo spazio di quella funzione, il vuoto di quella periferia. A prescindere dalla validità degli scopi, dalla competenza o dalla capacità degli “occupanti”. Ora quella funzione è uno spazio abitato, al meglio, da ligi ragionieri che dedicano il proprio tempo e il proprio lavoro unicamente all’improbo compito di far quadrare dei conti che non torneranno mai, a nessuno dei livelli, centrali o periferici, in cui è articolata l’organizzazione dello Stato (leggi di bilancio perennemente deficitarie, previsioni di entrate assolutamente irrealistiche, necessità di continue “manovre” o “manovrine” finanziarie per soddisfare le richieste dell’Europa o di chi altro al suo posto, eccetera eccetera). E abitato, al peggio, da disinvolti con pochi scrupoli, che sono impegnati nella metodica costruzione di carriere personali, o nell’acquisizione di consenso secondo le regole dello “spettacolo” e delle comunicazioni “alle masse”, o nella conclusione di affari, accordi e scambi economicamente redditizi per se stessi, per qualcuno dei propri parenti, dei propri amici, accoliti o sodali. Oppure che sono impegnati in tutte e tre le cose messe insieme. E l’intervento pubblico (cui, ormai, molti di noi non prestano più alcun interesse o attenzione, cui molti di noi non prestano più fiducia o credibilità, cui molti di noi guardano distrattamente come occasione di pettegolezzo, di spettacolo, d’intrattenimento) che si tratti dell’appalto per la costruzione di un’opera pubblica o del bando di gara per l’affidamento di un servizio di pubblica utilità, diventa facilmente una formidabile occasione per lo sviluppo di affari “privati”. Lo spazio pubblico della funzione politica è diventato un mercato come un altro, dove si comprano e si vendono “beni”, risorse e opportunità, dove valgono le leggi del marketing, dove molte cose possono essere scambiate e dove è possibile acquistare o vendere “consenso” anche con mezzi illeciti o con “manovre” di dubbia moralità, oltre che di alquanto opinabile utilità collettiva. Lo spazio pubblico della funzione politica è diventato il mercato dove si compete per vincere un trofeo: la possibilità di decidere sull’utilizzo del denaro di tutti. È possibile pagare “pacchetti” di voti decidendo di usare denaro pubblico per remunerare chiunque abbia reso disponibili quei voti. È possibile ottenere consenso elargendo sorrisi e strette di mano. È possibile ottenere consenso, semplicemente, presentandosi come molto “simpatici”. E non solo a Parabita, ma anche a Parabita, quelli che Rocco definisce “mestieranti senza arte né parte” sono, in realtà, soggetti molto esperti, estremamente abili nell’occupazione di posizioni di pubblico potere, grazie a mezzi certamente non leciti, ma, altrettanto certamente, non inusuali né inefficaci in questo “mercato”. Può darsi, perciò, che a Parabita come in altre parti d’Italia, ci siano persone che, pur preparate e competenti, non abbiano alcuna intenzione di “competere” per entrare in questo “mercato”, che non abbiano alcuna capacità di utilizzare questi mezzi o mezzi analoghi, e che non abbiano alcuna possibilità di successo, nello stesso mercato, senza fare ricorso alle stesse modalità, “mercantili” o “spettacolari” che siano. Modalità che consentono, oggi, la facile occupazione di quelle stesse posizioni, molto più e molto meglio che non la preparazione o la competenza specifica in qualche ambito connesso all’esercizio di un’adeguata funzione “politica”, nel senso più elevato che possiamo attribuire a questo termine.

Tutto questo, e altro ancora, è successo a Parabita, certo. Ma posso tranquillizzare Rocco: lo stesso, e altro ancora, è accaduto in tutta l’Italia, come sappiamo, come siamo quotidianamente informati. In quella stessa Italia che tutti conosciamo, tanto unita nella degenerazione della funzione politica pubblica, a Milano come a Parabita, a Roma come a Venezia, a Genova come a Napoli o a Palermo, quanto divisa in molti altri aspetti della nostra convivenza sul territorio nazionale. Non voglio certo affermare, banalmente, che “tutto il mondo è paese” o che, ancora più banalmente, “un mal comune è un mezzo gaudio”. Voglio solo osservare che, dal Nord al Sud dell’Italia, abbiamo problemi più vasti e più “comuni” di quanto, probabilmente, siamo abituati a credere scrutando l’orto attorno alla nostra casetta. Pensando, magari, che le erbe infestanti siano solo un problema per il nostro vicino. Che, magari e in fondo, non consideriamo poi così “vicino” a noi.

 
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© Patrizia Prete