UN’INCREDIBILE BRUTTA FIGURA

 

VENERDÌ 17 FEBBRAIO 2017 IL CONSIGLIO DEI MINISTRI,

AI SENSI DELL’ARTICOLO 143 DEL DECRETO LEGISLATIVO 18 AGOSTO 2000, N. 267,

HA DECRETATO LO SCIOGLIMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE DI PARABITA,

PER INFILTRAZIONI DA PARTE DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA.

 

Dopo mesi di indagini e di approfonditi accertamenti, il 17 febbraio 2017 il Consiglio dei Ministri, ai sensi dell’articolo 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, ha decretato lo scioglimento, per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata, del Consiglio comunale di Parabita, un paese in provincia di Lecce, che conta circa 9.000 abitanti. È la prima volta che ciò accade a Parabita e la terza volta, dopo i casi delle città di Surbo e di Gallipoli, che succede nel Salento. I fatti sono registrati dalla cronaca giornalistica e su questi fatti non ho nulla da aggiungere.

http://www.ilpaesenuovo.it/2017/02/24/parabita-commissione-straordinaria-al-lavoro-consiglio-comunale-sciolto-per-infiltrazioni-mafiose/

Posso riassumere i tratti salienti di questa vicenda, tuttavia. In seguito alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e di ulteriori indagini, piuttosto approfondite, la Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e i Carabinieri del ROS scoprono l’esistenza e l’operatività, a Parabita, di un sodalizio politico-mafioso fra gli amministratori comunali in carica e alcuni appartenenti ad un clan locale della Sacra Corona Unita. I politici in carica nella Giunta Comunale favorivano i membri del clan (mediante assunzioni, sussidi in denaro e altre prebende di questo genere, rigorosamente finanziate con denaro pubblico) ricevendo in cambio, da questi, il necessario numero di voti per vincere le piuttosto contese elezioni amministrative, quando arrivavano le ricorrenti scadenze elettorali.

Vivo a Parabita e sono direttamente interessata a questi fatti, naturalmente. Si tratta di fatti che interessano molte parti d’Italia, per quanto questo dettaglio sia tendenzialmente trascurato, nell’illusione di relegare al Sud l’irreversibile degrado della classe dirigente cui abbiamo delegato la funzione di governarci. Il radicale provvedimento di scioglimento del Consiglio Comunale, per Decreto del Presidente della Repubblica, non è certo una novità, per le amministrazioni comunali insediate, da Nord a Sud, sul suolo dell’italica nazione, infatti. È non è certo una novità, per nessuno di noi, l’essere informati sui perversi meccanismi che, da Nord a Sud della penisola che abitiamo, corrodono fin dalle fondamenta la qualità degli apparati politico-amministrativi di governo dei luoghi in cui viviamo, dei beni che condividiamo. Lette le motivazioni del decreto di scioglimento del Consiglio comunale, conosciuti i fatti e comprese le dinamiche dell’accaduto, perfettamente trasparenti nella loro aberrazione, da semplice cittadina mi sono posta alcune domande. Mi sono chiesta, per esempio, come avrebbero reagito i miei concittadini a quest’evento, se non incomprensibile senz’altro clamoroso. Perciò mi sono soffermata sulle reazioni “popolari” a questa livida vicenda, ennesima e rappresentativa di come vanno le cose dove vivo, in questa estrema periferia del suolo patrio, e di come vanno in numerose altre contrade dell’Italia. Per reazioni “popolari” intendo quelle espresse, verbalmente e informalmente, nell’ambito di conversazioni amicali fra conoscenti che s’incontrano nei bar, al mercato, nei luoghi dove fanno la spesa le famiglie, ma anche quelle formalizzate e diffuse “pubblicamente” sui social media. E le reazioni “popolari” che ho osservato, di cui sono stata testimone, sono state sostanzialmente queste.

 

TANTO CLAMORE PER NULLA - “Si tratta solo di un episodio ingigantito dalla stampa” dice qualcuno, a difesa degli amministratori interdetti dai ruoli e dalle funzioni pubbliche a dir poco maldestramente occupati. Guardandosi bene dal considerare il merito dei fatti accaduti. Come se si trattasse di vicende di ordinaria amministrazione, di nessun interesse per la collettività, di nessuna reale gravità. Come se la comprovata collaborazione fra amministratori pubblici e criminali nella spartizione di risorse collettive, come i voti nelle campagne elettorali, come il denaro pubblico per finanziare l’erogazione di servizi di pubblica utilità, fossero dettagli di nessuna rilevanza.

 

GIOCHI DI POTERE - “Si tratta solo di giochi di potere” dice qualcun altro, cercando di minimizzare l’accaduto e trascurando, intenzionalmente, la sostanza dei fatti riscontrati dalle inchieste giudiziarie. E trascurando, pure e naturalmente, il dettaglio di specificare quali siano i giochi cui si riferisce e quali siano i poteri coinvolti in questa presunta “partita”. Si allude a qualcosa di evanescente e di più grande di noi, in definitiva, per distogliere l’attenzione dall’enormità e dalla solidità di ciò che è accaduto proprio sotto il nostro naso. Strategie di distrazione di massa. In molti sensi.

 

SIAMO TUTTI PECORELLE SMARRITE - “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” dice, ancora, un altro, a difesa degli amministratori sospesi dai loro incarichi. Come se il drastico provvedimento di scioglimento del Consiglio comunale riguardasse peccati contro la morale e non illeciti contro la legge. Come se non vivessimo in uno stato di diritto, dove tutti siamo tenuti a dar conto del rispetto delle leggi che regolano la convivenza civile, dove devono valere le leggi e dove i comportamenti a queste devono conformarsi, ma come fossimo tutti appartenenti a una generica comunità confessionale dove bastano, dove POSSONO bastare soltanto la “comprensione” e il “perdono”, per sanare ogni guasto, per rimettere ogni cosa al suo posto, per riparare ogni danno causato. Come se i principi di responsabilità civile e politica fossero totalmente assenti dall’orizzonte di valutazione “popolare” dei comportamenti dei pubblici amministratori. Come se lo stato di diritto, dalle nostre parti, non fosse mai stato instaurato, in definitiva. E forse è proprio così, se non altro nella più diffusa percezione “popolare”.

 

NESSUNA FIDUCIA CON DELEGA TOTALE - “Sono tutti uguali” dice qualcun altro, minimizzando l’accaduto, disinteressandosene, avendo già dato per persa qualsiasi possibilità di buona amministrazione del paese. Avendo esaurito, e, con molte probabilità, già da moltissimo tempo, qualsiasi risorsa di fiducia nella più piccola possibilità di aspirare a una buona amministrazione della città. Avendo già deciso, forse per esperienza diretta, forse solo per sentito dire, forse per riflessione consapevole, forse per mero pregiudizio, che non ci si può fidare di NESSUN politico e che, di conseguenza, non vale assolutamente la pena fare attenzione ai metodi di selezione, di controllo o di valutazione dell’operato dei politici e che ancora, dunque, non merita interessarsi ai meccanismi della democrazia e ai loro esiti, sani o corrotti che siano.

 

FARE UNA BRUTTA FIGURA PEGGIO CHE ESSERE COLLUSI CON LA MAFIA - “Che vergogna, è stata infangata l’immagine di Parabita!” dice un altro, come se il problema fosse la forma e non il contenuto, l’apparenza e non la sostanza dei gravissimi episodi riscontrati dagli apparati di Polizia dello Stato nell’Amministrazione comunale. Come se il problema con cui confrontarci fossero le notizie diffuse dai mezzi d’informazione e non i fatti che accadono in questo comune. Il provvedimento di scioglimento è visto come un’onta malefica alla buona immagine della città e non come una benefica, seppure dura, possibilità di ristabilire principi minimi di legalità e normale amministrazione alle nostre meridionalissime latitudini. È come se, a fronte di un tumore conclamato, si considerasse oltraggioso per il paziente il lavoro del radiologo che ne diagnostica l’esistenza o l’intervento del chirurgo che ne tenta l’estirpazione. Non vi sembra paradossale? Per me lo è, ma non altrettanto, con evidenza, per molti miei concittadini. E ciò che si contesta agli amministratori coinvolti nella vicenda non è affatto la sostanza della contiguità e della cooperazione con ambienti criminali, oggettivamente riscontrata dalle indagini preliminari al provvedimento di scioglimento del Consiglio comunale, quanto il non essersi dimessi in tempo dal loro mandato (democraticamente ottenuto, ahimè), al fine di evitare l’esito disastroso degli accertamenti in corso, ormai da mesi, sulla loro azione amministrativa. Esito tale da determinare un vulnus all’”immagine” della città! Siamo molto più sensibili e più preoccupati per la “brutta figura” che possiamo fare con chi sa poco o nulla di questo paese, che non per la reale dinamica dei rapporti fra poteri, legali e illegali, nel luogo in cui viviamo! Perbacco!

 

 

IN FONDO SONO BRAVE PERSONE - “Conosco personalmente gli amministratori destituiti e sono brave persone” dice, ancora, qualcuno. Come se i rapporti civili in ambito pubblico potessero essere totalmente ed esclusivamente regolati secondo semplici conoscenze e valutazioni “personali”. Come se non ci fosse alcuna differenza fra chi occupa posizioni di pubblica rilevanza, di esercizio di pubblici poteri (come quelli di pertinenza degli amministratori comunali) e chi no. Come se l’operato dei primi dovesse e potesse essere valutato, giudicato, apprezzato o sanzionato solo sulla base di simpatie, antipatie, criteri o valori “personali”. E come se, ancora, quelli che valuto, personalmente, secondo i miei personalissimi metri di giudizio, non potessero essere considerati, al contempo, “brave persone” nei rapporti “umani” con i propri conoscenti e “pessimi amministratori” nell’esercizio delle funzioni pubbliche loro assegnate. Come se non fossimo in grado di distinguere ciò che è pubblico da ciò che è privato, come se ci fosse totalmente estranea la distinzione fra quello che qualcuno fa come privato cittadino nell’ambito di ordinarie relazioni sociali e gli atti che compie in quanto titolare di una funzione pubblica. Come se le differenze di ruolo nelle istituzioni e nelle funzioni pubbliche fossero assenti dalla nostra capacità di discriminazione e di giudizio. Come se bastasse pensare di qualcuno che sia una “brava persona”, per decretarne la capacità, la correttezza, la linearità e anche la competenza nell’azione amministrativa. Come se, ancora, a nulla valgano, o a nulla debbano valere, criteri di giudizio ulteriori, che hanno a che fare, per esempio, con il rispetto dei principi di legalità stabiliti a regolazione della convivenza civile nelle nostre società. Considerate avanzate.

 

 

SIAMO TUTTI CRIMINALI - “Chi ora critica questi amministratori ha sicuramente compiuto anche lui dei reati” dice, ancora, qualcun altro, a difesa degli amministratori comunali interdetti dalle loro cariche. Come se tutti fossimo colpevoli di qualcosa, quindi. E se siamo tutti colpevoli, dunque, nessuno lo è più per davvero. Come se fossimo tutti uguali, come se non ci fosse nessuna discriminazione fra livelli, responsabilità, gravità e pericolosità sociale nella “mappa dei delitti” disegnata dal vigente sistema legislativo. Come se fossimo tutti uguali, tutti ugualmente coesi in una melassa, o in una melma, dove qualsiasi differenza fra azioni e responsabilità individuali diverse, è negatainghiottitadissimulatamistificata,minimizzata. Per solo confronto con l’imperante, pervadente e pervasiva, illegalità che corrode le nostre istituzioni pubbliche e le nostre più consuete prassi di convivenza, che in molti ancora si ostinano a definire civile. Tutti colpevoli allo stesso modo e perciò tutti uguali, dunque, secondo il punto di vista di alcuni dei miei concittadini. Senza alcuna distinzione, per esempio, fra reati compiuti da pubblici amministratori e da comuni cittadini. Senza alcuna distinzione fra l’asimmetrico potere esercitato, e controllato, dai primi nei confronti dei secondi. Non credo proprio che sia così. E poi, ammesso e non concesso che così sia, cosa dovremmo fare? Rassegnarci? Affogare, confondendoci nella melma, inconsapevoli come ebeti o consapevoli come collusi con il malaffare imperante? Non credo proprio che possa o, peggio, che debba essere questo il solo, l’unico e inevitabile destino possibile, fra quelli che potremo conquistarci, come abitanti di questo Sud. E di questa Nazione.

 

Ho questa convinzione, consapevole, al contempo, del rischio che si tratti di una convinzione errata. Perché pecca di eccesso di fiducia. Sono certamente preoccupata per i fenomeni d’illegalità accertati nell’ordinaria amministrazione del paese dove vivo. Ma sono ancor più annichilita dal livello arretratissimo della cultura civica e politica di molti abitanti di questo paese, così palesemente arcaicainadeguata e priva di efficaci anticorpi. Se nel paese dove vivo (e anche in altri luoghi d’Italia?) chi difende amministratori interdetti dalle loro funzioni in virtù di pesanti provvedimenti anti-mafia, lo fa secondo motivazioni che esulano dalla pur minima considerazione delle leggi e delle regole che strutturano il funzionamento dello stato di diritto, e se chi critica gli stessi amministratori lo fa sulla base di fragilissime considerazioni di forma e di opportunità, se questa è “l’opinione pubblica” che si manifesta a seguito di vicende di questa natura, quali concrete possibilità abbiamo di risollevarci dal baratro di arretratezza civica, politica e sociale in cui, probabilmente, siamo seppelliti da secoli?

 

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© Patrizia Prete